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IL DESTINO DEI BENI CONFISCATI ALLA MALAVITA





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Fra immobili, attività commerciali, ville, terreni e molto altro, raggiunge quasi gli 11 miliardi di euro il valore dei beni sequestrati dallo Stato italiano alla criminalità organizzato. Una cifra da capogiro che in questo periodo di crisi economica aiuterebbe a risanare il debito pubblico. C’è un unico problema: lo Stato non riesce a recuperare i soldi provenienti dai suddetti beni, non potendoli spesso utilizzare, né vendere, né mantenere. Come è possibile? Tutta colpa della burocrazia italiana e della lentezza dei tribunali. Così, sempre più spesso, centinaia di strutture rimangono inutilizzate, cadendo vittime del passare del tempo, con l’inevitabile deterioramento degli immobili. Ed esistono anche casi più gravi, quelli in cui i beni, seppur confiscati, rimangono inspiegabilmente nelle mani degli stessi clan della malavita.

In tutta Italia si contano 12.670 beni confiscati alla criminalità organizzata (dati aggiornati al 5 novembre 2012). Di questi - fra ville, capannoni industriali, terreni, appartamenti, box - oltre 11 mila sono immobili di varia natura, mentre i beni restanti sono costituiti da aziende. Secondo i dati forniti sul sito dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Gestione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata (ANBSC), i casi di sequestri e confische non sono distribuiti uniformemente sul territorio nazionale. La maglia nera spetta alla Sicilia, dove è concentrato oltre il 42 per cento del totale dei beni confiscati (pari a 5.420 fra immobili e aziende). Seguono la Campania e la Calabria con, rispettivamente, il 14,81 e il 14,01 per cento dei beni complessivi confiscati dallo Stato italiano.

Quali sono le motivazioni che portano lo Stato italiano a disporre di un tesoretto di miliardi di euro, senza poterlo utilizzare? A metterci lo zampino è la burocrazia, anche questa volta. Innanzitutto, la confisca di un bene diventa definitiva solamente dopo il terzo grado di giudizio: qui entra in gioco la lentezza della giustizia, infatti di solito per portare a termine questa procedura i tribunali impiegano almeno dieci anni di tempo. La soluzione in questo senso potrebbe essere l’istituzione di una “corsia preferenziale” per le procedure legate ai beni confiscati, che potrebbero esaurirsi, ad esempio, dopo il primo grado di giudizio. Un ulteriore problema è rappresentato dalle banche: spesso i beni sequestrati finiscono ipotecati, con il conseguente congelamento del bene. In altri casi, invece, i beni non possono essere restituiti alla collettività perché lo Stato non ha a disposizione abbastanza fondi per riqualificarli.

È paradossale ma, purtroppo, sempre più frequente: lo Stato confisca degli immobili alla criminalità organizzata che continua a sfruttarli e gestirli abusivamente. È notizia di qualche tempo fa che in alcune zone abbandonate della Calabria e della Campania le forze dell’ordine hanno individuato una novantina di abitazioni confiscate ma abitate ancora per anni dai parenti del boss della zona. Un altro esempio eclatante è la villa sul lago d’Orta di proprietà della famiglia del boss Pasquale Galasso del valore di quasi 5 milioni di euro e confiscata da tempo: la residenza di lusso ospita feste, eventi e ricevimenti e gli incassi a sei zeri finisco sorprendentemente nelle tasche della famiglia criminale che continua indisturbata a gestire la proprietà.

Ci sono casi al limite dell’assurdo, dove lo Stato grazie ai beni confiscati, anziché risparmiare ed ottenere liquidità, si ritrova a pagare fior fiore di quattrini. È il caso del comune di Fasano che si occupa delle spese di manutenzione di 26 appartamenti confiscati alla malavita e destinati ad alloggi popolari, ma ancora vuoti, in attesa del via libera burocratico. Un altro paradosso è rappresentato dalla sede romana dell’Agenzia dedicata alla gestione dei beni confiscati: essa ha sede in un edificio privato che costa ben 21 mila euro al mese. Eppure il presidente Caruso avrebbe individuato una nuova sede in via Ezio 12/14, duecentosettanta metri quadrati divisi in tre appartamenti che farebbero risparmiare allo stato e ai contribuenti oltre 200 mila euro l’anno. Ma l’immobile, diviso in tre appartamenti, è occupato (abusivamente, s’intende) da un centro benessere, da un’agenzia di assicurazioni e da un’abitazione privata. Il bene era stato confiscato nel lontano 1996 ad una coppia di camorristi.

È la legge stessa a stabilire che i beni confiscati alla criminalità organizzata devono essere affidati a Onlus, enti pubblici o associazioni di categoria attraverso procedure trasparenti. Questo spesso non avviene perché buona parte degli immobili sono gravati da ipoteca, quindi difficili da destinare allo Stato o ad enti territoriali. Altra possibilità per recuperare liquidità sarebbe quella di venderli a privati ma la legge lo vieta: il rischio è che possano essere gli stessi clan a riacquistarli. Così ecco spiegato perché sul sito dell’ANBSC legge che fra gli immobili confiscati sono ancora diversi quelli rimasti senza una destinazione o quelli di cui è già stata definita la sorte ma che non sono ancora stati consegnati. In numeri si traduce in qualcosa come nemmeno 6 mila immobili destinati consegnati contro gli oltre 11 mila confiscati.

La proposta del Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri di mettere in vendita gli immobili confiscati alla criminalità organizzata, con il rischio che tornino nelle mani degli stessi clan a cui erano stati tolti, ha alzato un gran polverone. Ma lei spiega le sue ragioni: un tesoretto di diversi miliardi di euro nella situazione economica attuale è una grande risorsa per il paese, dunque bisogna trovare un modo per sfruttarlo. Niente di meglio che mettere mano alla legge Rognoni-La Torre che regola i processi di sequestro, confisca e riutilizzo dei beni, al fine di snellire le procedure perché, come spiega la stessa Cancellieri sullo pagine de l’Unità, “esso è un dispositivo di norme concepite molto tempo fa quando i sequestri erano oggettivamente pochi. Oggi sono molti di più, tanti e soprattutto molto diversificati quindi vanno cambiate le regole”. La stessa proposta era stata cinguettata su Twitter nei mesi scorsi dallo scrittore Roberto Saviano. Certo, il pericolo che fra gli acquirenti ci siano dei clan malavitosi è concreto, ma c’è anche da considerare che molti dei beni confiscati passati alla gestione statale stanno andando inesorabilmente verso il fallimento. Che sia questa la strada giusta per sostenere le casse dello Stato?


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