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QUANDO IL CIBO DIVENTA IMMONDIZIA






Gent.mo governo



Aprire un cassonetto dell'immondizia e trovarvi dentro confezioni alimentari ancora intatte e commestibili. Pare un'assurdità, eppure quello riguardante il cibo è uno dei principali casi di spreco che affliggono l'economia del Bel Paese. Se già i dati mondiali sono allarmanti (come mostrano gli esperti dell'Institution of Mechanical Engineers nel dossier "Global Food, Waste Not, Want Not", circa due miliardi di tonnellate di cibo, la metà di quanto viene prodotto al mondo, spesso finisce nel bidone della spazzatura), in Italia la situazione pare particolarmente drammatica. A darci un quadro della situazione è la ricerca "Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità" realizzata da Fondazione per la sussidiarietà, Politecnico di Milano, Nielsen Italia e Edizioni Guerini e Associati: sarebbero 6 milioni le tonnellate di eccedenze alimentari generate ogni anno nel nostro paese, sia nell’ambito del consumo domestico che nella grande distribuzione (questa incide per il 55 per cento).

Dalla ricerca 'Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità' realizzata da Fondazione per la sussidiarietà, Politecnico di Milano, Nielsen Italia e Edizioni Guerini e Associati risulta che ogni persona spreca mediamente 94 kg di cibo ogni anno, per un valore di oltre 12 miliardi di euro. Considerando che il 45 per cento degli sprechi deriva dall'ambiente casalingo, per avere un'idea del problema basta pensare che è come se ogni singolo individuo fra le mura domestiche buttasse nella pattumiera 42 kg di alimenti, fra cibi scaduti, avanzi ancora commestibili e scarti alimentari di ogni genere, per un totale di 117 euro l'anno a persona. Una cifra da capogiro che deve far riflettere. Estendendo il discorso anche alla grande distribuzione, lo spreco di denaro dovuto alle eccedenze alimentari raggiunge complessivamente i 13 miliardi di euro.

Lo spreco alimentare pesa non solo sulle tasche delle famiglie e sui bilanci della grande distribuzione, ma anche sull’ambiente. Per produrre cibo, anche quello che poi finisce inspiegabilmente nella spazzatura, il processo di produzione alimentare si mette in moto provocando un importante consumo energetico. A spiegarlo sono Andrea Segrè e Luca Falasconi che nell’ultimo aggiornamento del loro volume 'Libro Verde dello spreco: l’energia' hanno calcolato il costo del suddetto spreco in termini di produzione di Co2. Il risultato è sorprendente: se evitassimo di buttare via il cibo, risparmieremmo 4,4 milioni di anidride carbonica e raggiungeremmo prima gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, dedicato proprio alla tutela del pianeta. In sostanza, il 3 per cento del consumo energetico d'Italia è da imputarsi al cibo trasformato in rifiuti. Un'amara constatazione, se si considera che questi basterebbero per alimentare i consumi annuali di oltre un milione e mezzo di italiani. Per non parlare dei costi in termini di ettari di suolo e metri cubi di acqua utilizzati durante la fase di produzione di molti cibi.

In un panorama dove la crisi economica non sembra volersi arrestare, di fronte a milioni di tonnellate di prodotti alimentari sprecati ogni anno sorge spontaneo domandarsi come sia possibile accumulare un tale quantità di cibo in eccesso. Secondo gli esperti del settore, la causa sarebbe il 'disallineamento tra domanda e offerta e la non conformità del prodotto a standard di mercato'. Insomma, le pubblicità e gli scaffali del supermarket ci propongono di tutto e noi ci lasciamo convincere, finendo a riempire il carrello con cose (per quantità o per qualità) di cui non si ha reale necessità: avete presente le tradizionali offerte 3x2? Fanno risparmiare le nostre tasche solo se siamo tanto accorti da comprare cose che siamo sicuri di consumare, diversamente andranno a scapito del sistema (e pure dell’ambiente) oltre che del nostro portafoglio. Questo per quanto riguarda gli sprechi casalinghi. Le eccedenze alimentari della grande distribuzione, invece, sono considerate una conseguenza naturale dei cicli di produzione, trasformazione e distribuzione degli alimenti.

Fra le cause dello spreco alimentare ci sono le nostre cattive abitudini. Dunque, si può partire proprio da qui per provare a limitare le eccedenze di cibo che acquistiamo. Innanzitutto, è bene compiere una spesa responsabile, analizzando con attenzione i nostri acquisti e facendo attenzione alla data di scadenza. D'altro canto, è lo Stato il soggetto che potrebbe fare davvero molto, ad esempio, promuovendo diete equilibrate e sostenibili (ne gioverebbe anche la nostra salute), semplificando le etichette alimentari e regolamentando le vendite scontate di alimenti in scadenza o danneggiati, gli stessi che attualmente finiscono dritti nell'immondizia. Intanto, i cittadini provano a darsi da fare autonomamente. Arriva da Bolzano l'iniziativa pilota battezzata Re-Food: alcuni negozi hanno deciso di scontare al 50 per cento la frutta e la verdura ancora buone, ma che mostrano ammaccamenti o i primi segni di invecchiamento, allo scopo di recuperare quei generi alimentari che altrimenti andrebbero buttati. Iniziativa curiosa, invece, quella che sta prendendo piede in Germania: si chiama Foodsharing ed è una piattaforma web dedicata al 'baratto' degli avanzi alimentari. Il progetto si espanderà presto in diverse zone d'Europa, non resta che sperare che approdi anche in Italia.

Quale migliore soluzione del limitare gli sprechi, aiutando i bisognosi? Il recupero di cibo non consumato a fini sociali è un’usanza già in atto in Italia, grazie in particolare ad enti no profit e al Banco Alimentare, come spiega Manuela Kron, del team Nestlè Italia: 'Da anni in Italia collaboriamo strettamente con il Banco Alimentare, partner che ci permette di non sprecare e di far diventare una risorsa preziosa per gli altri le nostre eccedenze, mettendo a disposizione dell'Associazione alimenti di ottima qualità e ancora edibili ma che per varie ragioni non possono più essere venduti'. Tuttavia questo non basta ancora, infatti secondo la ricerca 'Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità' solo il 6 per cento dello spreco viene recuperato grazie alle cosiddette banche del cibo, 'mentre - spiega Alessandro Perego, docente di logistica al Politecnico di Milano e curatore della ricerca - quasi il 50 per cento delle eccedenze generate nella filiera agroalimentare è recuperabile per l'alimentazione umana con relativa facilità, se lo si vuole realmente fare. Certo, occorre un gioco di squadra in cui tutte le aziende della filiera collaborano, in un contesto normativo che tenda a garantire la qualità senza creare inutile burocrazia'.


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