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IL BUSINESS DEI RIMBORSI ELETTORALI





Gent.mo governo



Nonostante il referendum del 1993 abbia ufficialmente abolito il finanziamento pubblico ai partiti, nelle tornate elettorali dal 1994 ad oggi dalle casse dello Stato sono usciti 2 miliardi e 300 milioni di euro destinati ai partiti politici. Ai quali si aggiungono gli stipendi percepiti dai rappresentanti nelle istituzioni nazionali e locali e le spese inerenti la loro attività politica, compresi i costi per l'editoria di partito, per le auto blu e per tanti altri privilegi ad uso e consumo della casta. Senza contare le forme di finanziamento occulto, fatte di alchimie finanziarie e pratiche illecite che fruttano, si stima, oltre 50 miliardi l'anno, come denunciato dal procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci. Le leggi approvate nel 2012 hanno pressoché dimezzato la "tassa sulla partitocrazia", ma in ballo restano decine di milioni di euro che, in tempi di crisi e di spending review, pesano come macigni sul bilancio dello Stato. Come funzionano i rimborsi e a quanto ammonta l'esborso annuo dei contribuenti italiani in favore dei partiti politici? E quali sono le regole negli altri Paesi?

I partiti politici, in molti sistemi democratici nel mondo, ricevono finanziamenti pubblici affinché sia garantita la loro autonomia da ogni lobby e l'indipendenza nelle scelte politiche, che dovrebbero guardare solo all'interesse collettivo. Senza alcun tipo di sovvenzione pubblica ai partiti, a giudizio di molti, la democrazia sarebbe menomata perché l'attività politica diventerebbe un'esclusiva di chi possiede cospicui mezzi propri o di chi può avvalersi di grandi finanziatori privati, ai quali si dovrebbe poi rendere conto dell'operato. Purtroppo, la pratica in molti casi si distanzia dalla teoria, e quando i finanziamenti pubblici vanno fuori controllo finiscono ugualmente per alimentare reti di clientele e di abusi. Il problema è ben presente a tutti gli italiani, che nella loro storia politica hanno conosciuto una lunga sequela di scandali che arriva fino alle pagine di cronaca più recenti.

Li chiamano rimborsi elettorali, visto che vent'anni fa gli italiani hanno espresso in maniera netta attraverso un referendum la contrarietà a qualsiasi forma di finanziamento pubblico ai partiti. In realtà, i rimborsi non sono propriamente tali, visto che non sono direttamente collegati a costi sostenuti per le elezioni, quanto all'attività politica in genere, compresi affitti delle sedi, stipendi dei dipendenti, ecc. Tanto che nella lista della spesa finiscono beni di ogni genere, come emerso dai recenti scandali che hanno investito diverse regioni e in particolare la Lombardia e il Lazio. Le accuse di peculato, ossia di appropriazione indebita per fini privati di risorse da parte di incaricati di pubblici servizi, mosse dalle Procure nei confronti di decine di consiglieri, di assessori e di tesorieri di partito hanno sollevato il velo su una pratica tanto diffusa da apparire quasi istituzionalizzata: con il denaro pubblico si comprano finanche i gratta e vinci.

L'ultima tornata elettorale di un certo rilievo, quella del 2010 in 13 regioni con 40 milioni di elettori coinvolti, ha visto i partiti spendere complessivamente 63 milioni di euro, secondo quanto certificato dalla Corte dei Conti. Il rapporto della Corte, tuttavia, mostra che il rimborso stanziato è quasi il triplo, 185 milioni, con un utile netto di 122 milioni finito nelle casse dei partiti. A conti fatti, ogni elettore ha fruttato ai partiti circa 4,5 euro. Ancora più marcata la differenza per le elezioni politiche del 2006 e del 2008, che hanno visto ciascuna uno stanziamento di quasi 472 milioni a fronte di spese certificate per un quarto di quella somma. La beffa è che tali rimborsi vengono erogati anche qualora la legislatura non giunga a compimento: ogni volta che si va alle urne, per i partiti è un vero e proprio business.

Rispetto al passato, con le elezioni 2013 la torta dei rimborsi sarà più magra, visto che la legge 96 approvata nel luglio 2012 limita a 91 milioni l'entità massima dei rimborsi. Ma a spartirsi le fette saranno in pochi, che quindi potranno continuare a ingrassare. Se prima della legge 96/2012 era sufficiente ottenere l'1% dei voti per essere invitati al banchetto, oggi per partecipare alla spartizione occorre portare almeno un rappresentante di lista a sedere in Parlamento. In questo modo, i partiti che godranno dei rimborsi si conteranno sulle dita di una mano e per molti sarà ancora più difficile non chiudere i bilanci in rosso: senza queste entrate, le forze politiche minori rischiano di serrare i battenti. Per i partiti ammessi al rimborso, invece, scatterà l'obbligo di pubblicare on line i rispettivi bilanci, anche se la certificazione non sarà più affidata alla Corte dei Conti ma ad un'apposita commissione istituita presso la Camera dei Deputati.

Forme di finanziamento pubblico ai partiti sono previste in quasi tutti i Paesi europei. In Gran Bretagna esso è limitato a una cifra intorno ai 10 milioni di euro, che è appannaggio esclusivo dei partiti di opposizione, considerati svantaggiati perché non partecipano al governo: le risorse servono proprio per controllare e bilanciare il potere. In Francia i contributi pubblici sono attribuiti in base ai suffragi ai partiti che raggiungono almeno l'1% in 50 collegi, fino a un totale di 75 milioni di euro; nelle campagne presidenziali esiste un tetto di spese, circa 16 milioni per il primo turno e 22 milioni per il ballottaggio, di cui circa la metà viene poi rimborsato a tutte le forze politiche che ottengono almeno il 5%. In Germania i partiti hanno a disposizione complessivamente 150 milioni l'anno, ma per usufruirne devono rendere pubblici e trasparenti i loro bilanci. In Spagna è previsto un finanziamento di 86 milioni ai partiti per il loro funzionamento e altri 44 milioni sotto forma di rimborso elettorale, per un totale di 130 milioni.



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