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SANITA' MALATA IN ITALIA





Gent.mo governo




La salute è tutto, si è soliti dire. Così, per tenere in piedi un servizio sanitario in grado di assicurare almeno le cure mediche essenziali, si arrivano a spendere complessivamente 113 miliardi di euro, circa 1800 euro per ogni italiano ogni anno (il 7 per cento del Pil italiano). Sono i dati che emergono dalla "Relazione generale sulla situazione economica del Paese" della Ragioneria Generale dello Stato riferiti all'anno 2011. Le cifre sono da capogiro. Ma siamo certi che tutti questi miliardi siano spesi con cognizione di causa? A rendere più difficile il controllo delle spese sanitarie è la gestione regionale del sistema: la suddetta cifra finisce quasi totalmente nelle mani delle Regioni (solo circa 600 milioni vengono gestiti direttamente dallo Stato) che hanno il compito di amministrarla autonomamente, salvo rispettare i cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza, comuni all'intero territorio nazionale.

La voce che incide maggiormente sui costi del Sistema sanitario nazionale è quella legata al personale: 36 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 32 per cento dell’intera spesa legata alla sanità italiana. Dunque non stupisce se una delle strette che arriva dal Governo riguarda proprio i dipendenti del SSN, basti pensare che, ad esempio, la regione Emilia-Romagna prevede una riduzione del 25 per cento dei dipendenti sanitari, con il blocco del turnover per gli amministrativi. $0$0I medici di famiglia, invece, gravano sul sistema per 6 miliardi e mezzo di euro l’anno. Una notevole cifra dovuta al fatto che sempre più spesso gli operatori più vicini ai cittadini delegano anche i casi più banali agli ospedali, prescrivendo esami e accertamenti che risultano spesso inutili. L’altra voce nera della sanità è quella che riguarda genericamente 'beni e servizi', settore in cui rientrano voci varie, dalla manutenzione delle ambulanze alle valvole aortiche. Qui il costo totale raggiunge i 34 miliardi di euro annui.

Nel luglio scorso è stato pubblicato online dall’Authority per i contratti pubblici una sorta di prezzario con il limite massimo di spesa consentito agli ospedali per dispositivi e materiale medico, al fine di risparmiare circa un miliardo e mezzo di euro. La manovra si è resa necessaria perché in Italia la spesa per la sanità è ben cinque volte più alta di quanto dovrebbe essere. La differenza tra i prezzi di mercato e i costi affrontati dal sistema sanitario nazionale sfiora il 500 per cento e il motivo non è sempre la ricerca della migliore qualità. Infatti, se un alto costo per una protesi può essere in parte giustificato (anche se la differenza è comunque molta: 1130 euro spesi dalle nostre Asl per protesi vascolari usate per gli aneurismi, anziché 293 come suggerisce l'Authority), le cose cambiano quando si tratta di semplici garze sterili (pagate mediamente 8 centesimi, anziché 3) o siringhe monouso (anziché 3 centesimi, le Asl ne sborsano in media 7). Se già qui le differenze sono da capogiro, non parliamo dei farmaci ad uso ospedaliero. Ad esempio, un anti infettivo come la levofloxicina in flaconi da 500 mg viene pagata circa il 300 per cento in più del prezzo di riferimento: 3,22 euro conto 80 centesimi.

Avete presente quelle stanze spoglie e poco accoglienti, tipiche di ogni ospedale? Costano al Sistema sanitario nazionale la bellezza di 461 milioni di euro ogni anno. Insomma, mentre lo Stato cerca un modo per tagliare le spese (andando anche a scapito del personale), la sanità spreca cifre a sei zeri in mobili e arredamento. Ma cosa può giustificare una tale spesa? Il ministro Sandro Bondi ha condotto delle indagini in merito notando che, come ha spiegato lo stesso ministro, nella medesima regione i prezzi di una sedia oscillano 'da 49 a 1.400 euro'. Non c’è dubbio, dunque, che i costi debbano essere contenuti oggi più che mai. Il modo per riuscirvi? Amministrare la spesa in maniera oculata, senza accordi di convenienza fra le parti e attenzione al risparmio, quando non va a scapito della qualità, ovviamente.

È recente la polemica sull’inutilità dei parti cesarei, complici i risultati di un’indagine condotta dal Ministero della Salute su di un campione di 1.117 cartelle cliniche, distribuite in 78 strutture ospedaliere pubbliche e private convenzionate del territorio nazionale. I risultati parlano chiaro e lanciano un allarme che non può essere sottovalutato: il 43 per cento dei parti cesarei in Italia è ingiustificato. Ma allora perché negli ultimi anni la pratica si è tanto diffusa? Basti pensare che nel corso del 2010 quasi il 30 per cento del totale delle nascite nel nostro paese è avvenuto per mezzo del suddetto intervento. L’attenzione alla salute di mamma e bambino, pur essendo la causa più indicata sulle cartelle cliniche, non pare rispettare la realtà. Più che il nascituro, spesso è l’ospedale a giovarsene: le strutture ospedaliere percepiscono per ogni parto cesareo un rimborso di 1139 euro, che si aggiunge ai 1318,64 euro già previsti come rimborso per il parto naturale. A livello nazionale si parla di circa 80-85 milioni di euro spesi ogni anno in interventi ingiustificati.

Un giorno di ricovero? Costa mille euro circa. Moltiplicato per ogni persona che viene tenuta giorni e giorni in ospedale solo per svolgere qualche esame, quindi senza alcun reale bisogno, si arriva a cifre da capogiro. Eppure basterebbe un occhio di riguardo in più in tema di ricoveri per arrivare a far risparmiare al Sistema sanitario nazionale quasi 3 miliardi di euro l’anno (un risparmio del 5 per cento della spesa ospedaliera complessiva). L’impresa è ardua, considerando anche che i tempi medi di ricovero variano fortemente da regione a regione. Ad esempio, un’indagine di Agenas, l'agenzia per i servizi sanitari regionali, ha evidenziato come per un intervento che in Europa si fa in day-hospital, in Italia vengano prescritti in media quattro giorni di degenza. I giorni arrivano quasi a raddoppiare nel Lazio, dove su 27 ospedali monitorati, solo sette rientrano nella media nazionale.

Interventi alla cataratta senza ricovero, niente TAC per un banale dolore al ginocchio, e così via. Se la spesa sanitaria è troppo alta, bisogna tirare la cinghia. È la strategia del Ministro della Salute Renato Balduzzi che punta ad eliminare tutti quelli interventi e quegli esami considerati inutili e che costano fior di quattrini alle casse degli ospedali. Il primo passo è quello che prevede l’aggiornamento dei Lea (livelli essenziali di assistenza), cioè quelle seimila voci che riguardano gli interventi, le visite, i ricoveri, le terapie e le analisi “passati” dal Servizio sanitario. Inoltre, per abbattere gli sprechi, finiranno sotto la lente di in gradimento almeno il 5 per cento delle ricette mediche, al fine di assicurare che gli esami prescritti siano realmente necessari.

Chi paga la salute dei deputati? Il contribuente italiano. A Palazzo Madama esiste un presidio medico aperto tutto il giorno e la notte che riserva qualunque cura– da interventi odontoiatrici a prestazioni di medicina generale – a deputati, ex parlamentari, dipendenti del Senato e dei gruppi e loro familiari. Sull’argomento si pecca di poca trasparenza, sono stati i Radicali per la prima volta a rendere pubblici questi dati: nel 2010, 630 deputati e oltre mille dei loro parenti hanno speso complessivamente 10 milioni e 117 mila euro. Dati più aggiornati dicono che curare i nostri senatori costa ai contribuenti 650 mila euro l’anno. Una cifra destinata a salire: è notizia di poche settimane fa che la cosiddetta Casta ha avviato la selezione di altri dieci medici. Anche loro pagati con i soldi degli italiani.

Il rapporto dell’Istat 'Noi Italia: 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo' analizza il sistema sanitario italiano prendendo in considerazione nove diversi aspetti, dalla spesa sanitaria pubblica a quella delle famiglie, passando per l’offerta ospedaliera e i tassi di mortalità. Da queste analisi risulta che la spesa sanitaria pubblica italiana è di circa 112 miliardi di euro, pari al 7,1 per cento del Pil e corrispondenti a 1.842 euro annui per abitante (dati riguardanti il 2011). Di questi, diversi milioni potrebbero essere risparmiati attuando strategie di acquisto dei medicinali e degli impianti più attente e migliorando la gestione dei degenti e delle prescrizioni. Tuttavia, nonostante gli sprechi, la spesa sanitaria pubblica italiana è di molto inferiore a quella di altri grandi paesi europei, come Regno Unito, Francia e Germania, stanziandosi sui 2.359 dollari di spesa sanitaria procapite, pari a circa 1800 euro.

Magari in futuro si riusciranno a contenere gli sprechi, ma la spesa sanitaria è destinata comunque a lievitare negli anni. La causa? L’aumento della vita media della popolazione italiana. Insomma, si vivrà più a lungo, ma con molti più acciacchi da tenere a bada, che si traducono in medicine, esami, analisi, ricoveri. Gli esperti dell’European House Ambrosetti prevedono per il Sistema sanitario nazionale un default in piena regola entro pochi decenni. Stando alla situazione attuale (e considerando ottimisticamente oltre 24 miliardi di tagli fra il 2010 e il 2014), la spesa sanitaria è destinata a crescere almeno del 150 per cento, passando dai 112,7 miliardi di euro attuali ai 261 previsti nel 2050. E così anche il rapporto spesa sanitaria-Pil è destinato a crescere, passando da un già gravoso 7,1 per cento a un drammatico 9,7 per cento del 2050.


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