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CONTRO LA CRISI, STOP ALLE ARMI





Gent.mo governo



Cacciabombardieri vulnerabili, presidenti che dichiarano lotta aperta contro le armi e che sostengono l’incompatibilità tra ripresa economica e guerre internazionali, campagne elettorali che puntano il dito contro la follia degli stanziamenti per le missioni militari e le opere di armamento. No, non siamo in un sogno. Anzi, a leggere con attenzione le prime pagine dei quotidiani in questi giorni sembra finalmente prendere sempre più forza la convinzione che per risalire la china dal punto di vista economico e poter iniziare a mettersi alle spalle la crisi sia assolutamente necessaria una drastica riduzione delle spese militari.

La discussione non poteva che essere accesa dal presidente degli Stati Uniti che, dopo aver manifestato la propria volontà di contrasto alle armi da guerra, nel corso del giuramento per il suo secondo mandato, ha dichiarato con forza: 'Un decennio di guerra sta finendo, la ripresa economica è iniziata'. A rincarare la dose le rivelazioni del 'Sunday Times', secondo cui l'aereo da guerra del futuro, il tanto famoso cacciabombardiere F-35, sarebbe vulnerabile ai fulmini. Una manna per chi, quanto meno a parole, negli ultimi anni si è adoprato per contrastare la corsa agli armamenti e alle missioni di guerra o di pace che fossero.

L'F-35 è un cacciabombardiere di quinta generazione, ovvero quello che dovrebbe rappresentare il futuro dei velivoli da combattimento. In Italia, dopo le riduzioni previste dalla spending review, dovrebbero arrivarne 90 (anziché 131) per mandare in pensione i vecchi Tornado, Am-X e AV8B. Inoltre, il nostro paese, secondo gli accordi internazionali sottoscritti, partecipa ai costi di progettazione e sviluppo per circa il 5%. Ma che cosa significa in moneta sonante?
Al momento dei negoziati per l’inserimento dell’Italia all’interno della progettazione (2001-2002), il costo di un F-35 si aggirava intorno ai 70 milioni di dollari che, nel frattempo, sono diventati 120, pari a circa 90 milioni di euro. Una cifra destinata a salire, ancora. Secondo le previsioni ufficiali pubblicate dal Ministero, per il programma F-35 nel 2012 sono stati accantonati 548,7 milioni di euro, su un bilancio totale per la Difesa di 19,9 miliardi, pari all'1,2% del Pil. Secondo lo stesso rapporto ministeriale, inoltre, l’Italia al momento dovrebbe spendere 12,2 miliardi di euro per l’intero programma F-35, almeno fino a quando i caccia toccheranno il suolo patrio. Chissà se e quando.

Gli F-35, tuttavia, non solo l'unica voce di spese folli a incidere sul bilancio italiano. Anche la Marina vuole la sua parte. Ed ecco arrivare puntuale uno stanziamento di quasi un miliardo di euro per due sommergibili 'Todaro – U 212' di ultima generazione, che andranno a sostituire i vetusti 'Sauro'. Si tratta solo di una prima tranche di sommergibili, progettati in cooperazione con la Germania, che verrà replicata nel 2017 con altre due unità di importo pressoché identico.

Una delle voci che più incidono sul bilancio della Difesa è, senza dubbio, quella delle missioni all’esterno, di pace o di guerra che si vogliano chiamare. Per il 2013 il governo Monti ha stanziato un budget di 900 milioni solamente per coprire le spese fino al prossimo mese di settembre: un risparmio di circa mezzo miliardo rispetto al 2012 che rischia, però, di essere pressoché annullato entro la fine dell’anno.

Le spese più ingenti, neanche a dirlo, sono quelle che riguardano la missione in Afghanistan, per cui sono stati accantonati 450 milioni; seguono Libano (119 milioni), Balcani (50 milioni) e varie missioni antipirateria (34 milioni). Inoltre, compaiono in elenco anche i 2 milioni stanziati per il Mali e 7,6 milioni per la Libia, a cui vanno aggiunti 4,6 milioni per operazioni istruttive della Guardia di Finanza. Ma tra le voci più incidenti spiccano anche i 144 milioni previsti per infrastrutture, trasporti e assicurazioni indispensabili alle missioni militari. In tutto ciò, lo stanziamento per le opere di cooperazione e sviluppo internazionale si ferma a 35 milioni di euro, che non rientrano nel computo dei 900 precedenti.

Anche il settore della Difesa ha dovuto fare i conti con la spending review. Tuttavia, sembra uscirne decisamente meglio rispetto ad altri comparti della spesa pubblica. Secondo il rapporto 2013 di Sbilanciamoci!, infatti, il ministero della Difesa è l’unico ad aver ottenuto un aumento delle dotazioni finanziarie superiore ai tagli. Il bilancio passa così dai 19,9 miliardi del 2012 ai 20,9 del 2013, per superare quota 21 nel 2014. Aumenti che vanno a compensare i tagli: 236 milioni nel 2013, 176 nel 2014.

Oltre alla già accennata parziale riduzione degli ordini di F-35, secondo quanto previsto dal dimissionario governo tecnico, il settore della Difesa andrà incontro a un processo di riorganizzazione per i prossimi dieci anni: si assisterà, infatti, a un progressivo taglio di oltre 40 mila unità di personale militare (pari al 25% del totale) e 20 mila di personale civile (2/3 del totale), oltre all’avvio del piano di dismissione e vendita del 30% delle caserme italiane. L'obiettivo è di passare da un 70% della spesa in stipendi, a una struttura più equilibrata: 50% in stipendi, 25% in spese di funzionamento, 25% in investimenti. Per fare ciò, è già stato previsto che i risparmi provenienti dalla chiusura delle caserme e dalla riduzione del personale restino a disposizione del settore Difesa.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dal Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma) nel 2012 la spesa militare mondiale ha superato i 1.300 miliardi di euro, pari al 2,5% del prodotto interno lordo globale, con un costo medio di 187 euro annui per ogni abitante del pianeta. Nella classifica delle nazioni con maggior spesa per gli armamenti, l'Italia risulta all’undicesimo posto con 26 miliardi di euro, pari al 2% del totale mondiale. Al vertice della graduatoria, ovviamente, gli Stati Uniti con 533 miliardi di euro, seguiti da Cina e Russia.


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